La cenere di un amore “perfetto”: Quando si diventa coinquilini del dolore

Ciao a tutti, mi chiamo Benedetta e sto scrivendo dal divano del mio salotto, mentre guardo la porta chiusa della camera da letto dove lui dorme già da ore. Abbiamo trentacinque anni e, dall’esterno, siamo la coppia che tutti vorrebbero essere: una bella casa, carriere avviate, mai una parola fuori posto. Ma la verità è che siamo diventati due estranei che si dividono le spese e il detersivo per i piatti.

Non ricordo l’ultima volta che mi ha guardata negli occhi per più di due secondi. Non ricordo l’ultima volta che mi ha chiesto “Come stai?” e ha aspettato davvero la risposta. Facciamo l’amore una volta ogni tre mesi, ed è un atto meccanico, quasi un dovere da sbrigare per poter dire di essere ancora una coppia. Mi sento come un pezzo d’arredamento: utile, presente, ma invisibile. Stasera ho provato a sedermi vicino a lui, a sfiorargli la mano mentre guardavamo un film, e lui si è scostato con un gesto quasi infastidito, dicendo che “faceva caldo”. Quel piccolo gesto mi ha ferita più di uno schiaffo. Mi sento appassire giorno dopo giorno. Ho paura che la mia vita passerà così, in questo silenzio educato e gelido, aspettando un affetto che forse è morto anni fa e non abbiamo avuto il coraggio di seppellire. È possibile morire di solitudine stando insieme a qualcuno?

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