“Le storie d’amore che finiscono male sono le uniche che ricordiamo davvero”
Mi chiamo Andrea e ho bisogno di scriverlo da qualche parte perché nella mia testa sta diventando troppo pesante da reggere.
Ho 29 anni e fino a sei mesi fa la mia vita era… normale. Lavoro, amici pochi ma buoni, una routine che non mi entusiasmava ma che non mi faceva nemmeno male. Poi ho conosciuto lei.
Si chiama Elisa. L’ho incontrata in un modo stupido, di quelli che poi non sai mai come raccontare senza sembrare ridicolo: una pioggia improvvisa, un bar pieno, un tavolino condiviso “per caso”. Lei aveva un libro in mano e rideva da sola leggendo qualcosa che non capivo. Le ho chiesto cosa fosse e mi ha risposto: “Una storia d’amore che finisce male. Quindi perfetta.”
Avrei dovuto capirlo lì.
Da quel giorno abbiamo iniziato a vederci. All’inizio sembrava una cosa leggera, quasi casuale. Ma Elisa non era leggera. Era di quelle persone che quando entrano nella tua vita non occupano spazio… lo riscrivono. Parlava poco di sé, ma ascoltava tutto di te come se ogni dettaglio fosse importante. E io, che non ero abituato a essere ascoltato così, ho iniziato a raccontarle tutto.
Mi sono innamorato senza accorgermene.
Il problema è che lei non si lasciava mai prendere del tutto. Era presente e distante allo stesso tempo, come se ci fosse sempre una porta socchiusa dietro di lei, pronta a richiudersi. Quando le chiedevo cosa fossimo, sorrideva e diceva: “Non rovinare le cose mettendoci un nome.”
Io intanto mi consumavo.
Poi ho iniziato a notare le assenze. Messaggi che arrivavano sempre più tardi. Giorni interi in cui spariva. Quando tornava aveva sempre una spiegazione vaga: “Avevo bisogno di stare da sola”. E io la accettavo, perché quando tornava sembrava più vera di prima.
Fino a tre settimane fa.
Le ho chiesto di vederci e mi ha detto di sì, ma il suo tono era diverso. Più freddo, più distante. Ci siamo incontrati nello stesso bar dove tutto era iniziato. Ironico, se ci penso adesso.
Mi ha detto subito: “Non posso continuare così.”
Io ho riso, nervoso. Le ho chiesto cosa volesse dire. E lei ha abbassato lo sguardo, come se stesse leggendo una frase già scritta da tempo.
“Non sono qui per restare. Non lo sono mai stata.”
Non ho capito subito. O forse non volevo capire. Poi ha tirato fuori quella cosa che non mi aspettavo: non era sparita perché “aveva bisogno di spazio”. Spariva perché aveva un’altra vita. Un’altra relazione. Qualcuno che non ero io e che, a quanto pare, non ero mai stato io.
Io ero solo… una parentesi.
L’ultima volta che l’ho vista mi ha detto che le dispiaceva. Ma non sembrava dispiaciuta. Sembrava solo stanca di doverlo dire.
Se n’è andata lasciando sul tavolo il libro. L’ho aperto dopo che era uscita. C’era una frase sottolineata:
“Le storie d’amore che finiscono male sono le uniche che ricordiamo davvero.”
Adesso capisco cosa intendeva.
Il problema è che io non so come si smette di ricordare una persona che non ti ha mai scelto davvero.
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