Frammenti di me in un diario che non posso tenere
Ciao a tutti. Scrivo dal bagno, con l’acqua della doccia aperta per coprire il rumore dei tasti e i miei sospiri. Ho 31 anni e da sette vivo con l’uomo che tutti considerano un santo. Matteo è colui che mi ha “salvata” dopo un periodo buio, quello che ha sempre la parola giusta per calmarmi. Ma oggi ho capito che la sua calma è il ghiaccio che mi sta congelando l’anima.
Il meccanismo tra noi è una tortura silenziosa. Matteo non urla mai. Quando faccio qualcosa che non gli piace – come accettare un invito a cena da una collega o comprare un vestito un po’ più corto del solito – lui mi guarda con una delusione così profonda che mi fa sentire sporca. Mi dice, con un tono dolcissimo: “Amore, sai che lo dico per te. Non vorrei che gli altri pensassero male di una donna splendida come te. Sei così fragile, non capisci quanto la gente sia cattiva”.
Lentamente, ha sostituito i miei pensieri con i suoi. Se non sono d’accordo, inizia a sospirare, smette di mangiarmi accanto, cammina per casa come se portasse sulle spalle il peso del mio “tradimento” morale. Mi fa sentire in colpa per il solo fatto di avere un desiderio che non lo includa. Mi sento come un uccellino a cui sono state tarpate le ali con estrema gentilezza, convinto che il cielo sia un posto troppo pericoloso per volare.
La cosa che mi sta spezzando il cuore è che tre giorni fa ho incontrato per caso un vecchio compagno di liceo. Ci siamo fermati a parlare dieci minuti. Mi ha fatto una battuta stupida, una di quelle che mi facevano ridere un tempo, e per un istante ho sentito un’esplosione di luce nello stomaco. Sono tornata a casa e, guardando Matteo che piegava con cura maniacale le mie magliette, ho provato un brivido di terrore puro invece che amore.
Gli ho mentito. Gli ho detto che il ritardo era dovuto al traffico. È stata la mia prima bugia in sette anni e mi è sembrata l’unica boccata d’aria fresca in un deserto. Ma lui mi ha guardata, mi ha accarezzato il viso e ha detto: “Stai tremando, tesoro. Vedi? Il mondo fuori ti stanca troppo. Solo qui con me sei al sicuro”.
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Mi sento morire. Mi sento un’ingrata perché lui mi dedica ogni minuto della sua vita, ma quel “dedicarsi” mi sta soffocando. Sto scomparendo sotto la sua protezione. Qualcuna di voi sa come si fa a scappare da una prigione dove le sbarre sono fatte di “ti amo” e “mi prendo cura di te”? Ho paura che se lo lascio, scoprirò di non essere davvero nulla, proprio come dice lui.
Ho paura che la sua protezione mi abbia reso incapace di vivere, e questa è la violenza più grande che potessi subire.




