Ho questo problema… o forse dovrei chiamarlo semplicemente “lei”

Mi chiamo Pietro, ho 32 anni, e non avrei mai pensato di scrivere una cosa del genere. Eppure eccomi qui, perché nella vita ci sono storie che non sai a chi raccontare senza sentirti stupido, o giudicato.

Ho questo problema… o forse dovrei chiamarlo semplicemente “lei”.

L’ho conosciuta due anni fa in un modo banale, quasi ridicolo. Pioveva, io avevo dimenticato l’ombrello in ufficio e mi ero rifugiato sotto il portico di una libreria. Lei è arrivata di corsa, fradicia, ridendo da sola perché le si era rotto il tacco della scarpa. Non so perché, ma mi ha guardato e ha detto: “Se devo essere in ritardo, almeno non sono l’unica in disordine totale”.

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Abbiamo parlato lì, sotto quella pioggia che non smetteva. E da quel giorno non ha più smesso di piovere dentro di me quando non c’era.

Si chiama Elisa.

Non è una di quelle storie in cui tutto è immediato. Non ci siamo messi insieme subito, non c’è stato il colpo di fulmine da film. È stato peggio. È stato lento.

Ci siamo frequentati per mesi come due persone che si sfiorano senza mai afferrarsi davvero. Messaggi la sera, caffè rubati a mezzogiorno, passeggiate che finivano sempre troppo presto. Lei era sempre un po’ distante, ma presente abbastanza da farmi restare.

Io ho iniziato a innamorarmi senza accorgermene. E quando me ne sono accorto, era già troppo tardi per tornare indietro.

Poi un giorno mi ha detto che si era fidanzata.

Non con me.

Non ho fatto scenate. Ho sorriso, ho fatto finta di essere felice per lei. Ho anche detto “bello, sono contento”. E lo ero davvero… in qualche modo malato lo ero.

Sono sparito per un po’. Lei ha continuato a scrivermi. Io rispondevo sempre meno. Finché un giorno mi ha scritto: “Mi manchi, anche se non dovrei dirlo”.

E lì ho ceduto.

Ci siamo rimessi a vederci.

So già cosa penserete leggendo: “che stupido”, “classico errore”. Lo penso anche io, adesso. Ma quando sei dentro certe cose non vedi il bordo del precipizio. Vedi solo lei.

È durata così, a pezzi. Lei con un altro uomo ufficiale, io nel ruolo che non ha nome. Non eravamo amici, non eravamo amanti veri. Eravamo una cosa sbagliata che funzionava solo quando nessuno guardava.

E io mi sono convinto che prima o poi avrebbe scelto me.

Non è successo.

Un anno fa mi ha detto che sarebbe partita. Trasferimento all’estero, lavoro importante, nuova vita. E soprattutto: lui la seguiva.

Io ho provato a dirle tutto. Una volta sola. Senza rabbia, senza urla. Le ho detto che l’amavo. Che mi ero perso dentro questa storia. Che non era più sostenibile per me restare a metà.

Lei ha pianto.

E poi ha detto la frase che mi ha distrutto più di tutto il resto:

“Tu sei la cosa più vera che ho avuto… ma non la cosa giusta.”

È partita.

Da allora ci sentiamo ogni tanto. Sempre meno. Sempre più vuoti. Come se stessimo svuotando lentamente un bicchiere già rotto.

Il problema, quello vero, è che io non riesco a odiarla.

E non riesco nemmeno a ricominciare davvero.

Perché ogni cosa che provo a costruire dopo di lei sembra finta. Come se una parte di me fosse rimasta ferma sotto quella pioggia, davanti a quella libreria, a guardarla ridere con una scarpa rotta in mano.

Scrivo qui perché non so più se questa cosa si dimentica col tempo, o se semplicemente si impara a portarla addosso.

Se qualcuno ci è passato… dimmi che passa davvero. Anche se non ci credo più tanto.

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