Quando l’indecisione è più dura di un addio

Non so da dove iniziare, perché la verità è che la mia storia sembra quasi irreale, come se fosse uscita da un film… e forse è proprio questo il problema: non so più distinguere quello che sento da quello che dovrei fare.

Ho conosciuto Davide una sera d’estate, durante una festa sulla spiaggia organizzata da amici in comune. Non ero nemmeno sicura di voler andare, ero stanca, reduce da una relazione finita male e con poca voglia di conoscere nuove persone. Ma quella sera qualcosa mi ha spinta a uscire comunque.

E poi l’ho visto.

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Davide non era il tipo che si fa notare subito. Non era al centro dell’attenzione, non parlava a voce alta, non rideva per farsi sentire. Ma aveva qualcosa… una calma magnetica. Stava seduto su un tronco, guardando il mare come se stesse cercando qualcosa tra le onde.

È stato lui a parlarmi per primo.

“Non ti piacciono le feste, vero?” mi ha detto, senza nemmeno presentarsi.

Sono rimasta sorpresa. “Così si nota tanto?”

Ha sorriso appena. “Solo a chi è uguale a te.”

Da quel momento, è stato come se il resto del mondo fosse sparito. Abbiamo parlato per ore, senza nemmeno accorgerci del tempo che passava. Lui mi raccontava della sua vita, dei suoi viaggi improvvisati, delle scelte sbagliate che lo avevano portato a perdere persone importanti. Io, senza sapere perché, gli ho raccontato cose che non avevo mai detto a nessuno.

Quella notte non è successo niente di fisico. Ma è successo tutto il resto.

Nei giorni successivi abbiamo iniziato a vederci sempre più spesso. Passeggiate lunghe, silenzi condivisi, sguardi che dicevano più delle parole. Con lui mi sentivo capita, vista davvero. Non dovevo fingere, non dovevo essere perfetta.

Ma c’era qualcosa che non tornava.

Davide spariva.

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Non nel senso figurato. Spariva davvero. Per giorni. Nessun messaggio, nessuna chiamata. E poi tornava, come se niente fosse, con quel suo modo tranquillo, come se il tempo non fosse passato.

All’inizio ho cercato di non pensarci. Mi dicevo che ognuno ha i suoi spazi, i suoi tempi. Ma dentro di me cresceva un’inquietudine che non riuscivo a ignorare.

Una sera non ce l’ho fatta più.

“Perché sparisci?” gli ho chiesto, guardandolo negli occhi.

Lui è rimasto in silenzio per qualche secondo. Poi ha sospirato.

“Perché ho paura di restare.”

Quelle parole mi hanno colpita più di qualsiasi bugia.

“E io cosa sono per te?” ho insistito.

“Se resto… diventi troppo importante.”

Non sapevo se arrabbiarmi o scappare. Ma invece sono rimasta. Perché in quelle parole c’era una verità che faceva male, ma era reale.

Il problema è che più lui si avvicinava, più io mi legavo. E più mi legavo, più lui si allontanava. Era come vivere in un continuo tira e molla emotivo, una montagna russa che mi lasciava senza fiato.

Poi è successo qualcosa che ha cambiato tutto.

Una notte mi ha chiamata. Era tardi, la sua voce era diversa, più fragile.

“Giulia… ho bisogno di vederti.”

Sono uscita senza pensarci. Quando l’ho raggiunto, era seduto in macchina, lo sguardo perso.

“Sto per andarmene,” mi ha detto.

“Cosa vuol dire?”

“Un’altra città. Forse un altro paese. Non lo so ancora.”

Il mondo mi è crollato addosso.

“E me lo dici così?”

“È meglio per entrambi.”

“Per entrambi o per te?”

Silenzio.

In quel momento ho capito tutto. Non era la distanza il problema. Era lui. Le sue paure, i suoi muri, il suo modo di proteggersi scappando da tutto ciò che poteva diventare importante.

Ma la cosa peggiore è che, nonostante tutto, io non riuscivo a odiarlo.

“Se vai via… perdi me,” gli ho detto con le lacrime agli occhi.

Lui mi ha guardata come se volesse dire qualcosa… ma non lo ha fatto.

Il giorno dopo è partito.

Senza salutarmi.

Sono passate settimane. Poi mesi. Ho cercato di andare avanti, davvero. Ma ogni volta che vedevo il mare, ogni volta che sentivo una canzone che avevamo ascoltato insieme, tutto tornava.

E poi, ieri sera, è successo.

Messaggio.

“Non sono mai riuscito a dimenticarti.”

Il cuore ha iniziato a battere fortissimo.

Dopo tutto questo tempo… torna così?

Non so cosa fare. Una parte di me vuole correre da lui, abbracciarlo e dimenticare tutto. L’altra parte ha paura di rivivere lo stesso dolore, lo stesso abbandono.

Ecco il mio problema:
posso fidarmi di qualcuno che è scappato senza voltarsi indietro… solo perché è tornato?

Voi cosa fareste al mio posto? Gli dareste un’altra possibilità, oppure chiudereste definitivamente per proteggere voi stessi?

Ho bisogno di un parere sincero… perché stavolta potrei davvero farmi male.

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